Giacomelli

Zingari, 1958

Stampa ai sali d’argento, vintage, edizione unica 1/1 cm 24×31

Mario Giacomelli nasce il 1° agosto 1925 a Senigallia. A nove anni resta orfano di padre. Sua madre, per mantenere i tre figli ancora bambini, fa la lavandaia all’ospizio. A tredici anni Mario è garzone presso la Tipografia Giunch e di finché non sopraggiunge la Guerra, vi ritorna, dopo aver partecipato ai lavori di ricostruzione dai bombardamenti post bellum, come operaio tipografo. Nel 1950 decide di aprire una tipografia tutta sua. A permettergli il gran passo, prestandogli tutti i suoi risparmi, sarà un’anziana dell’ospizio in cui la madre lavorava.
Nasce così la Tipografia Marchigiana via Mastai 5. Negli anni ’50 Giacomelli va in spiaggia e scatta le sue prime foto. Da qui nasce L’approdo, la celebre fotografia della scarpa trasportata dalle onde sulla battigia, con cui partecipa a diversi concorsi fotoamatoriali e con cui capisce da subito che vuole esprimersi attraverso il mezzo fotografico. Tra il ’53 e il ’55 inizia a fotografare assiduamente parenti, colleghi e gente della sua cerchia amicale in pose e costruzioni iconografiche teatrali. È di questo periodo la famosa foto Mia Madre (ritratto alla madre con in mano una vanga). Sotto la guida di Ferruccio Ferroni e con la supervisione di Cavalli, Giacomelli si addentra nella tecnica fotografica fino a trovare una sua propria sicurezza espressiva. È così che nel ’54 si costituisce ufficialmente il gruppo fotografico “Misa”. La strada verso la notorietà di Giacomelli è aperta dalla vittoria al prestigioso Concorso Nazionale di Castelfranco Veneto nel ’55. Qui Paolo Monti, della giuria, denomina Giacomelli “l’uomo nuovo della Fotografia”.
Risale al 1955 l’entrata in scena della mitica Kobell Press, obbiettivo Voigtlander color-heliar 1:3,5/105, la macchina fotografica da cui non si dividerà mai e che andrà a manipolare personalizzandola. Nello stesso anno conosce Luigi Crocenzi, presentatogli da Cavalli. Nel ’56 Pietro Donzelli insiste, in una lettera inviata a Giacomelli, sulla necessità di strutturare la produzione fotografica in sequenze e racconti. Dello stesso stampo, l’insegnamento di Crocenzi. Sono di questo periodo serie dall’apparenza “reportagistica” (anche se in Giacomelli è sempre un azzardo chiamarle tali, visto l’alto grado evocativo e astrattizzante che distingue le sue foto), e nascono Lourdes (1957), Scanno (1957/59), Puglia (1958, dove tornerà nel 1982), Zingari (1958), Loreto (1959, dove ritorna nel 1995), Un uomo, una donna, un amore (1960/61), Mattatoio (1960), Pretini (1961/63), La buona terra (1964/66).

Romeo Martinez gli apre intanto la strada verso le pubblicazioni sulle riviste specializzate di Fotografia. Continuando con la sua ricerca, il fotografo inizia a chiedere ai contadini, pagandoli, di creare con i loro trattori precisi segni sulla terra, agendo direttamente sul paesaggio da fotografare per poi accentuare tali segni nella stampa (anticipazione della Land Art americana degli anni ’60/70). Giacomelli realizza che dalla realtà deve partire come pretesto per ricercare, nelle sue forme, un senso nuovo che possa permettergli un avvicinamento estremo al reale attraverso la fotografia: nasce Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967/69) e seguono la stessa filosofia le serie da Favola, verso possibili significati interiori (1983/84) in poi, in un percorso creativo sempre più astratto. Nel ’63 Piero Racanicchi, che insieme a Turroni è stato tra i primi critici sostenitori dell’opera di Giacomelli, segnala il fotografo a John Szarkowski, direttore del dipartimento di Fotografia del MOMA di New York. Nel ’64 Szarkowski acquisisce l’intera serie Scanno e alcune immagini della serie Pretini. Nello stesso anno partecipa alla Biennale di Venezia con la serie dell’Ospizio Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dove viene messo in rilievo il concetto di fotoracconto.
Nel 1968 conosce Alberto Burri, con cui instaura un’amicizia profonda e a cui dedicherà delle opere di Paesaggi dove forte è il richiamo all’Informale e alla poetica dell’artista. L’informale, in effetti, affascina Giacomelli tanto che, dalla fine degli anni ’50 fino agli anni ’70, crea egli stesso centinaia di opere pittoriche; Sotto la pelle del reale (Ed. 24 Ore Cultura, 2011), vediamo che l’intera opera giacomelliana nasce e si sviluppa secondo direttive concettuali e metodologiche prossime all’Informale, prima fra tutte il considerare ogni singolo elemento, ogni fotografia, non come un prodotto finito, un oggetto chiuso in sé secondo criteri di perfezione formale, ma parte di un tutto (l’intero corpus fotografico), un tutto in divenire che prende senso e forma e vitalità proprio dalle interrelazioni dei singoli elementi che lo compongono: l’opera giacomelliana è un complesso sistema, un organismo che si nutre del suo stesso movimento, e Giacomelli revisiona continuamente le serie fotografiche mettendole in comunicazione tra loro, sia iconograficamente (con rimandi simbolici che si ripetono nei decenni), sia con interventi su di esse tanto da fondere fotografie di una vecchia serie (attraverso la sovrimpressione) con scatti per una nuova, o anche alimentando nel corso degli anni una vecchia serie con l’aggiunta di nuove fotografie prese da una sorta di serbatoio, Poesie in cerca d’autore (anni ’70/2000), un ammasso di scatti archiviati proprio a questo scopo.
Nel ’78 partecipa alla Biennale di Venezia con fotografie di Paesaggi. Da qui fino alla fine, Giacomelli crea serie fotografiche lasciandosi ispirare da testi poetici:
Nel 1986 muore la madre, e per l’artista è un trauma fortissimo che segna un mutamento nella sua produzione fotografica verso un sempre più esplicito dato autobiografico. Ormai la sua notorietà si è espansa a livello internazionale e nel mondo le sue opere sono richieste dai più prestigiosi musei d’Arte, mentre la sua ricerca si fa sempre più introspettiva, intimistica e votata al Vuoto, chiuso nel suo territorio marchigiano a fotografare il paesaggio come possibile luogo di ritrovamento di se stesso. Le serie Vita del pittore Bastari del 1991/92, gli autoritratti e i muri corrosi di Poesie in cerca d’autore, Bando del ’97/99 (ancora una volta una serie votata all’astrattismo), 31 Dicembre (1997), sono ormai scenari completamente costruiti da un Giacomelli regista ancor prima che fotografo.

Interessante seguire il suo percorso esistenziale attraverso la sua produzione fotografica, in una totale fusione tra vita e arte, in una visione della fotografia come strumento per poter entrare sotto la pelle del reale, per scoprire che non c’è netta distanza tra il mondo e il soggetto che lo guarda.
Il 25 novembre del 2000 Giacomelli muore dopo un anno di malattia, lavorando fino all’ultimo alle sue fotografie, nella creazione delle serie: Questo ricordo lo vorrei raccontare (1999/2000), La domenica Prima (2000).